Quando parliamo di microplastiche parliamo di residui derivati da processi di produzione della plastica, uno dei materiali più comuni al mondo.

In base alla loro origine, questi microscopici frammenti possono essere suddivisi in due categorie principali:

  1. microplastiche primarie: sono quelle prodotte dall’uso umano e vengono rilasciate direttamente nell’ambiente.
  2. microplastiche secondarie: sono derivate dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste, reti da pesca o tappi.

Frammenti di plastica cosi piccoli si disperdono facilmente nell’ambiente- soprattutto se non si smaltiscono i rifiuti in modo corretto- e poichè il materiale non è biodegradabile rimane presente a lungo nell’ecosistema.

Ciò che indossiamo provoca un inquinamento invisibile e come riporta la Netgeo- un solo grammo di abbigliamento sintetico rilascia 400 fibre di microplastica ogni 20 minuti di utilizzo, camminata, o scalata che sia.

Attività estreme necessitano di tessuti e abiti con alte prestazioni e questo richiede un utilizzo di sostanze tossiche per rendere i tessuti maggiormente performanti.

Una cosa è chiara: il problema no potrà che crescere se continuiamo a disperdere plastica nell’ambiente ai livelli attuali.

Per mettere un freno a tutto questo bisogna ridurre la produzione, selezionare materiali alternativi, potenziare il riciclo dei prodotti secondari.